7. Il Limite

C’è una vecchiaia che appare e una vecchiaia che mortifica, c’è una vecchiaia che sorride e una vecchiaia che riconosce il limite; c’è una vecchiaia che soffre in silenzio e una vecchiaia che ti guarda senza dire; e poi c’è una vecchiaia che non ha mai detto una parola, nemmeno prima di invecchiare. Stasera ne ho viste alcune e tutte mi sono sembrate come me, adesso, che forse non sono vecchia ancora, ma certamente sembro viva e forse lo sono anche.

6. Il Tempo

Cambiavano linea e contorno e consistenza le nuvole e si muovevano come si muove il tempo quando si aggrappa alla materia, sgretolando piano, lentamente, in silenzio; insinuandosi, fino a scalfire e a rendere polvere coesa, apparentemente ancora intatta, ma segretamente sfaldata, sciolta e sfatta.

E’ un passaggio di nebbie sulle lagune, quando la luce è quella grondante di lacrime fredde della luna e del riverbero candido delle foschie, quando il silenzio è accompagnato dal fluttuare ritmico, ma privo di prevedibile cadenza dell’acqua che smuove, fluttua, solleva e ritorna a se stessa.

Scivola languida e lenta la nebbia fra rami secchi e ritorti, legno gelato e fragile che di giorno accoglie artigli di piccoli uccelli frenetici e di notte attende, inerme, immobile.

E’ il tempo che nella luce si allunga con picchi di indicibile potenza, per poi spegnersi e adagiarsi nell’oscurità con la grazia di una piuma o di un seme di cardo portato dal vento e distendersi a sognare, come fosse anche lui stanco e vivo.

5. Lo strappo delle vesti

Ho pensato di recarmi nelle sedi di potere e di strapparmi le vesti in segno di disgusto, disprezzo dolore e disperazione.

Ma poi mi son detta che la tradizione verrebbe interpretata in altro modo e che probabilmente mi proporrebbero di far parte della cricca, se mi denudassi in luogo pubblico.

E così vanificherebbero l’obiettivo del mio gesto.

Nemmeno a dirlo, sono in cerca di un gesto alternativo e di maggior efficacia, che tuttavia non implichi l’utilizzo di detonatore e materiale esplosivo.

4.Girando l’angolo

Girando l’angolo l’immensa distesa pianeggiante che da sempre verdeggiava fertile ai piedi della grande parete rocciosa, mutò;  le acque convogliarono in una gola profonda e la terra si fece ripida, selvaggia ed ogni cosa venne richiamata a valle, ed ogni cosa rotolava e cadeva e cercava di aggrapparsi inutilmente a se stessa. Gli animali dovettero appoggiare le loro zampe ed i loro zoccoli su asperità che dovettero scavarsi da soli, a forza di passaggi obbligati lungo percorsi scoscesi. E la roccia riaffiorò, nuda. E solo chi sapeva aggrapparsi tenacemente sopravviveva.

Quelli che sono sopravvissuti dopo aver girato l'angolo

3. Salvezza

Ho ritrovato il suono di un bengio nel vibrare di un filo di ferro fissato su una cassa da imballaggio. Suono inconsapevole, come tutti i suoni della terra. E accompagnava il caotico muoversi dei pescatori del porto, le urla dei gabbiani, la nebbia bassa sulla laguna e l’odore del pesce appena pescato, del caffè appoggiato sul bancone del bar, del sigaro della vecchia all’angolo che scruta da sempre la foschia del mare, standosene ad aspettare seduta su una sedia di plastica bianca. Suonava il bengio dal filo di ferro, lassù, dall’alto della cassa da imballaggio appesa ad una gru e volevo partire con un peschereccio, ma a quell’ ora nessuno prendeva il largo;  poi cominciò a piovere e la musica si spense. E io mi spensi.

1. Non lo posso sapere

Non si può sapere da dove arriva tutta questa nebbia, questo sapore di fumo nell’aria, questa sensazione di autunno che si addentra nel gelo, come una lama di luce che affonda nel buio. Non lo posso sapere da dove arriva il cambiamento, l’evolversi costante, il mutare dei giorni, il mio mutare. Non lo posso sapere. E così non so capire se vi è una direzione, se c’è un inizio e se da qualche parte vi è una fine, o se la fine è un inizio. Non posso sapere nulla di ciò che si muove, se davvero si muove o se muovendosi dell’altro, allora qualcosa è fermo, annullandosi come per una legge d’inerzia. Non lo posso sapere. Mi chiedo e non mi so rispondere. Leggo. Non trovo null’altro che fessure nere in vecchi muri incrostati di muffe e calcina bianca e giallastra; le fessure portano ad un qualcosa, dentro. E non vi so vedere, non riesco a passare, perchè io sono troppo grande e loro son troppo piccole. E’ una questione di dimensioni, allora. O forse di consistenza. Se io avessi la consistenza dell’acqua liquida, allora potrei infiltrarmi, passare, lasciarmi assorbire dai pori di terra e fuliggine e nero d’anfratto. Ma sono solida, purtroppo, come la carne compatta di un animale qualunque. Sono un animale, in fin dei conti. Ma che pretendo? Risposte? Ma non scherziamo…

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