72. … poi faccio silenzio

NOn ho nulla da imparare, non ho nulla da insegnare e c’è questo fatto di esser viva che m’indispone saltuariamente, ma non in maniera tanto assillante e invadente da risultare importante. L’individuo che si assoggetta a se medesimo mi rappresenta abbastanza fin da quando m’inculcarono la solitudine per partito preso. O forse io interpreto perfettamente l’individuo assoggettato a se stesso. Non mi scosto di una virgola dai dettami mediatici della vecchia frontiera dottrinatoria degli anni ottanta: io sono un prototipo. Non mi fido di nessuno, non amo nessuno, non appartengo a nulla: sono cresciuta benissimo con i miti dell’eroe solitario, dell’amazzone guerriera, dei robot ipertecnologici che sconfiggeranno il male ad ogni costo, salvo non sapere di preciso da che parte sta il bene, perchè quello non me lo hanno mai saputo spiegare. So fare la schiacciata ad effetto alla Mimì Ayuara e so dribblare ostacoli in corsa alla Olli e Benji, ma non so fare lavoro di squadra, perchè il “nemico” è insito nel gruppo, da sempre. Sto confinata nella bolla elastica fatta di merendine iper raffinate e mi aggrappo elle pale del mulino, non per sconfiggere i giganti, ma per raggiungere il tegolino e intanto mi curo la celichia e mi disintossico dai pavimenti ipersterili bevendo pozioni blu puffo e scarabocchiando la faccia ridente del Corvo, che “non può mica piovere per sempre”. Demordo in continuazione quando il gioco si fa duro, ma non smetto di ricominciare a giocare. Cerco porte blindate dietro le quali montare mobiletti d’ingresso per appoggiarvi le chiavi  dei miei passi futuri, infilo gli stivali di gomma nel porta ombrelli e guardo il grigio da dietro le tendine di lino alla cinese; mi accosto all’Oriente leggendo Hesse e mi affido a Mefistofele che non si decide mai a chidermi l’anima in cambio di nulla, che forse lui lo sa, che non ce l’ho mai avuta. Aspetto le conseguenze a domicilio per non dover mettere fuori il naso, leggo Proust e critico Kant per non perdermi il gusto di autoflaggellarmi senza produrre nulla di nuovo; osservo chi sa scrivere, dispiego lenzuola intonse sul volto di chi mi sa leggere e accendo le pire dei miei successi, mentre coltivo con cura i miei fallimenti, che son tanti e riempiono ettari di giardini all’inglese, con l’erba tagliata a raso, cortissima e breve come i miei sentimenti. Semino ovunque elitre di perplessità assopita, la immergo negli stagni e la lascio decomporsi in torba asfittica. Mi premuro di rendermi conto da dove vengo, mi osservo camminare lungo le cornici dei miei specchi, a volte rococò, a volte minimaliste, a volte di legno grezzo. Sono sempre io e mai mi riconosco, ma mi scrivo, mi piego, mi infilo nelle buste anonime e mi spedisco nell’etere, senza affrancatura, che da me non so discostarmi e mi tocca accompagnarmi ovunque. Le ho lette le commedie che sanno di aranceti e di ironico e di tragico; ci sono voluti alcuni anni per cambiare migliaia di maschere e mi si sta seccando la pelle sotto i ceroni, mi sta decomponendo la bocca sotto i silenzi, mi si stanno staccando i capelli sotto i cappucci da flagellante. Però procedo, mi scarto un bacio e mi leggo i pronostici affidandomi alle cartine di stelle azzurre; ci credo come credo al dio che mi hanno insegnato, appallottolo tutto, dio compreso, e butto: l’alluminio da una parte, la cartina plastificata dall’altra ed il resto, lo ingoio… e come sempre poi faccio silenzio, com’è richiesto.

71. La mia casa

Stanze enormi, pareti bianche e grandi vetrate pulite.

Fuori il blu e la voce aperta della luce calda e diffusa.

Riesco a ripiegarmi fino a guardare sotto la mia pelle e poi dentro, fino al centro della mia stanza più grande e ci vedo una sfera in movimento, mentre gira su se stessa come se scivolasse sulla superficie liscia del letto di un fiume; eppure rimane ferma, sempre nello stesso punto, senza muoversi di un solo millimetro, senza spostarsi nello spazio ampio e buio: agile, liscia, perfetta nel suo movimento circolare e statico.

Si muovono le ali sottili fra una folata d’aria nuova che entra dal cortile e l’altra; polveri di colore e squame di farfalle e nelle stanze il gocciolare di una caverna asciutta e profonda di luce, cristalli, riverberi, brividi impercettibili di una zolla smossa, impotente e inerme, ma pregna di vita nascosta e liquidi succosi.

Le scale salgono lungo corridoi tappezzati di lapislazzuli e finestre di vetri dipinti; salgono in circolo, lungo percorsi che prendono luce dagli specchi e gli specchi dai vetri ed i vetri dal cielo.

Una vecchia sta seduta sul trono del re; è piccola, con un fazzolettone grigio annodato sotto il mento, le spalle gracili, i piccoli piedi scalzi e rattrappiti che penzolano dal grande scranno di pietra. Lavora a maglia e ogni tanto allunga il filo con una mano, alzando il braccio in un gesto ampio e sospirando un po’. Alla sua sinistra sta un cane grigio disteso a terra; sulla testa una bombetta e sul muso dei grandi baffoni neri. E’ la sua corte, quella.

Nei ripostigli i rampicanti profumati e le rose che premono per uscire, alle spalle delle pareti i traditori e sul fianco gli assassini e gli usurai. Nello srotolarsi dei tappeti l’odore dei vasi da notte mai svuotati ed il tuffo secco dei condannati a morte nelle botole delle forche.

Lungo il margine esterno del fossato le uova degli struzzi, a migliaia, allineate e fedeli come staccionate eterne; tengono a bada il via vai delle mercanzie di carne fresca e in via preventiva le sabbie mobili della palude.

Nelle stanze da letto i mostri e le falene, le candele smoccolate, le lampade ad olio ed i grandi camini anneriti dalle anime sporche  risucchiate dal tempo; sugli scaffali le lenti di chi ha voluto osservare oltre le nubi, attraverso i cieli e gli occhi dimenticati di chi ha profferto sguardi amorosi e languidi, ormai assopiti e secchi di polvere.

Selve di ginestre e rovi fra le crepe esposte, succulenti more selvatiche a sgrondare sugli intonaci; mature oltre il tempo e bacche di veleno ad attirare dita scarne e menti avide. Le stoffe dai ricami da bestiario e le maniglie in ferro battuto, scuro, cupo, invitante all’appoggio e scostante di stipiti restii.

L’odore del legno vecchio, della terra bagnata, delle rose selvatiche, del letame nero e asciutto, dei carapaci rinsecchiti, delle ali strappate, del midollo risucchiato, delle sfere di rugiade, del guano dei pipistrelli, dei fossi stagnanti, delle monete di bronzo, della pelle scuoiata, della cera liquida, della paura ricacciata in corpo, dell’amore proferito, delle carni pulsanti e delle piantagioni di vizio conservato sotto vuoto.

Io qui ci abito e non pago nemmeno l’affitto.

70. Ti avrei detto…

Faccio sogni troppo lunghi. Li faccio mentre dormo e poi continuano mentre sono sveglia, da soli, senza forzarli. Mi prendono le ore del giorno e le portano in alto e io, io le lascio volare, perché è con loro che vorrei essere.

Ti avrei detto mille cose che ad altri sarebbero arrivate solo perchè prima o poi avrei scritto di palle di neve e polvere, di nastri di seta da tenere fra le dita, di grandi finestre aperte, con le tende fresche di lino ed il sole che lascia vagare luce piena ovunque mentre un piano suona dolce, sotto dita sottili. Non ho potuto, perché non c’è stato modo, perché nemmeno i sogni sanno portare oltre le quote massime, quelle da dove poi si sale, ma manca il respiro e non si può più vivere.

Ci sono tempi diversi nelle vite umane e spesso sono sfasati gli uni rispetto agli altri; a volte si arriva prima, ma comunque troppo tardi, a volte dopo, ma comunque troppo presto. Le coincidenze non sono rare, ma l’intuizione non è sempre pronta ed il tempo scivola veloce, lo spazio si dialta e le distanze diventano incolmabili fra due centri del cuore che si allontanano; e lo spazio si riempie di nuovo, ancora e di altro. E’ così per tutti, eppure… eppure non basta. Tu ci sei sempre, senza esserci mai stato.

Mi ricordo di essere scivolata lungo gli archi colorati dopo la pioggia; l’ho fatto davvero, un tempo, ma non saprei dire come, dove. Eppure è accaduto. Oppure so di aver appoggiato il mio palmo sulla pelle liscia di una foglia distesa e l’ho sentita calda, viva, fremente e colma di luce. Non ricordo come è accaduto, quando, ma so che è stato così.

Oppure di quella volta che ho camminato in mezzo a tutta quella gente dalla pelle scura e liscia; donne dagli occhi lucenti, grandi e di un nero infinito, assoluto e pieno. C’erano i serpenti, quella volta, e danzavano al ritmo incessante dei flauti; nessuna lira, nessun’arpa o corde pizzicate… solo fiato e musica,come avvenne nelle selve, dall’alba dei tempi, dei tempi di cui ho memoria, da qualche parte.

Ti avrei cercato a quel tempo, perché ero nata fra mani che toccavano, fra braccia che stringevano e nessuno mi avrebbe detto che non potevo tenere i capelli sciolti, le gambe nude… nessuno me lo avrebbe mai detto, allora, e io avrei potuto cercarti, toccarti, stringerti e lasciarti toccare i miei capelli, che sarebbero stati lunghi e lucenti. Invece sono nata tardi, o presto, non ricordo; sono nata adesso che vivo e non sento più i flauti suonare.

Lo spazio è contratto, l’aria è rarefatta, le case hanno le mura stanche, come le ossa di chi ci vive e non ci sono dita sottili che accarezzano i tasti dei pianoforti; solo pulviscoli e nemmeno una palla di neve per farci una miniatura di ghiaccio eterno.