74. …sui temi inflazionati

E che dire, allora, sull’amore? Di quando gli occhi sono per gli occhi, le mani per le mani, la chimica per la chimica? Che dire?
Che quando lo incontrammo, mai, ma proprio mai avremmo pensato che ne avremmo conosciuto poi un altro, ancor più immenso e potente?
Che nulla sarebbe stato parimenti colmo di colore, di dolcezza, di armonia e travolgente passione?
Mentre poi ancora ci sorprese e più di sempre ci stupì in modo diverso e con altri occhi, altre mani, altre alchimie?
E di quando sfumò e nell’incredulo dolore ci lasciò a sfiorire illusioni?
Ma davvero dobbiamo dirne?
Che se ne dice, se ne dice forse anche troppo, dell’amore… praticandone assai meno, seppure il suo manifestarsi è forse inesplicabile nella medesima misura in cui ci ostiniamo a dipingerlo.
Ma se ne dice comunque, come a sfidar l’ignoto e a gettarsi nel nulla.
Che a chi ama, l’ignoto piace, per forza di cose, altrimenti non si tuffa, diciamocelo!
Ed è descrivibile a parole? O le parole meglio lasciarle ai poeti, mentre ci dovremmo accontentare di goder pacificamente di quel che di muto ci lascia a sconvolgerci l’animo, quando i pezzi si riassemblano ed il sangue feroce torna a scorrere?
Che dovremmo dirne, ammesso che si debba dirne?
Che di parole che lo inseguono, di penne e fogli che ne han riempito invano scaffali, affannandosi a fermarlo senza in verità saper davvero renderlo, ne è pieno il mondo umano!
Come a voler descrivere l’ignoto che smuove l’animo.
Naaaa, naaa… non ce la si fa, rendiamoci conto.
Nulla.
Non vi sarebbe nulla da dirne, se non fosse che non si può non dirne.
Che per altro, ce ne sarebbe di molto da viverne, piuttosto, ma in mancanza, pare si compensi sovente dicendone.
Perché va così, che l’amore s’insinua, dapprima come un’idea, e se d’idea si tratta, allora non è amore, ma lo si crede tale e lo si lascia fare di conseguenza, come quando ci si veste di rosso perché si dice in giro il rosso piace, ma magari a noi starebbe meglio il verde, o il giallo, o un qualche color pastello.
Ci si innamora dell’amore come ci si innamora del taglio di un abito, piuttosto che un di lei, o di un di lui, di un nostro simile, insomma. Lo si sceglie e se così è, allora è altra cosa.
E poi si vaneggia d’aver amato e invece si è solo creduto di averlo fatto, mentre ci s’applicava a seguir la moda del momento, così, con convinzione, ma senza troppo patimento.
Oppure l’amore è vero e allora o dura o muore.
Anche se l’amore muore sempre, che è di patemi mortali che si parla, non di olimpi o moti divini.
E se dura è gran cosa curarsene e tenerlo in vita, mentre se muore è gran cosa tener in vita se stessi, per non lasciarsi morire a nostra volta, ma di crepacuore.
In sé è un gran lavoro, l’amore, prendiamone atto! E si sa: il lavoro produce, ma brucia fatica, si dice… e pure si fa.
E non v’è nemmeno un sindacato a prenderne le parti o a curarci le clausole contrattuali; tocca arrangiarsi.
Nel caso dell’amore si brucia assai e si produce ogni volta altro e non si sa bene cosa, ma se d’amore che ci muove si tratta, si sa che nel bilancio finale, anche il peggio che ci ha lasciato vien soverchiato dal resto, e che sempre ne è valsa la pena, anche per i più pigri. Perché di gran pena si tratta, ma anche di gran godimento ed è meglio salvar quest’ultimo, che non averne mai preso parte, perché è così che conviene.
E come quando si soffre per giungere al dunque e se non si soffre a salire non si giunge in alcun luogo dal quale guardare il mondo dall’alto, così è per l’amore. Tocca scalare e poi, solo poi, contemplare.
Ecco, qualcosa ne ho detto, e so che non è nulla, che non ne so abbastanza, di misteri massimi come questi.
E se non se ne sa, forse nemmeno è lecito dirne, ma piuttosto che di polvere invadente, a me piaccion gli scaffali pieni di amorevoli chiacchiere, seppur non saprei se son meglio di niente.
E questo è quel che avevo da dire oggi sull’amore, che è inflazionato come tema, mi rendo conto, ma s’abbia clemenza, s’abbia pazienza; a me sto fatto dell’amore… m’appassiona.

73. La crisi enogastronomica dello scrittore

 

L’immagine preponderante, l’immagine nei pensieri… i contorni netti, sfumati, poi mossi e quindi delineati e definiti con graffi di china iniettati dal sadismo di una punta rigida, immersa nella superficie ruvida e dura di una cellulosa sfibrata dai tratti, tracciati con foga da una mano troppo tesa, pesante, mossa da nervi e arterie imbevute da un sangue ingiallito, acido e malato, ribollente di livore, di pesante angoscia, di frustrante disperazione.
E’ l’immagine cupa, oscura, dalle tinte livide e violacee, dalle forme deformi dell’ombra che impera e sovrasta.
E’ l’immagine di se stesso, del volto scarno senza faccia che si riflette nella grafia, nei tratti gorgoglianti di un flusso sospinto di scariche elettriche inconsulte, che scorrono e spingono fra sinapsi e nervi, trasposte da un luogo asciutto e vuoto a un luogo saturo e melmoso, rigonfio di quella materia organica in putrefazione, tesa di succhi orrendi e che si rigenera nel suo corpo pesante ogni qual volta egli riesce a pensarsi scrivendo.
L’immagine di ciò che non avrebbe mai voluto essere è lì a sbeffeggiarlo da quel foglio di carta gialla e ruvida; il fallimento sterile, l’impotenza, il nulla dei sensi.
Spinto da un brivido di coscienza chiama a sé le energie necessarie per lubrificare quei bulbi rinsecchiti che si arrossano di capillari e sangue rappreso, ma quelli, gli occhi, non rispondono e la vista lo lascia in misera e cieca contemplazione di quella figura che si ostina a fissarlo dal ripiano giallo e secco imbevuto d’inchiostro.
Sono io, questo! Sono io questo animale deforme, questo essere liquido e sfatto! Sono io!
Le mani lasciano cadere il pennino sul foglio e la linea netta e pulita che l’oggetto fa risaltare stagliandosi sul foglio ingiallito dalla luce della lampada gli sembra indecentemente oscena, insostenibile alla vista nella sua perfezione allungata. Un’altra immagine creata per annientarlo.
Lo spazza via dal ripiano con un gesto veloce e fremente della mano, strofinando il dorso sul liquido nero e fresco che si lascia stendere in segni curvi e slabbrati, confondendo i segni con i segni, le righe con le righe e disfacendo in una sorta di labirinto grafico l’immagine di se stesso.
Lo smarrimento angosciato che lo avvolge si fissa con le pupille ristrette alle conseguenze del suo gesto: la vista viene assorbita negli abissi di un lago nero che sta prendendo linfa dalla boccetta di china rovesciata.
La macchia si allarga, inesorabile, implacabile, tingendo d’ombra e imbibendo i pori della cellulosa, lasciandosi assorbire lentamente come un cancro che intacca una pelle già screziata di solchi malati.
Un urlo gli nasce nel profondo e si ostina a spingersi verso il diaframma, mentre il peso della sua immagine gli si è aggrappata allo sterno, comprimendolo e impedendo ai polmoni di allargarsi, all’aria di entrare, all’urlo che si gonfia e preme dall’interno con una forza e un dolore indicibili, di uscire.
Si alza barcollando e la sedia di paglia imbottita cade all’indietro; il tonfo è assordante e lui si porta i palmi delle mani alle orecchie e le comprime, le comprime, contorcendosi per il dolore che lo attanaglia allo sterno, rifiutando il rumore insopportabile che l’eco della sedia caduta continua a rimandargli al centro del cervello, sfibrandolo, stracciandone i tessuti e spingendo i timpani verso l’esterno, fin quasi a farli scoppiare.
Il pensiero, fioco, debole e incerto s’insinua fra le fibre contratte del suo organismo e poi sempre più deciso e guizzante, come un’anguilla che scorre libera fra i canneti e occupa antri in modo illegittimo, invadendo, soverchiando e gonfiando ancor più i tessuti già tesi fino all’inverosimile, si rende limpido, chiaro. Ed è in quel frangente, in quel minimo istante rubato allo scorrere di un tempo inesistente che l’organismo giunge alla saturazione massima, frantumando le ultime resistenze e cedendo.
“Non sono io questo!! IO SONO ALTRO!!!”
L’urlo riempie l’aria, i pulviscoli si spostano all’unisono come un branco di minuscoli pesci lasciando fluire il suono nello spazio angusto della stanza in penombra, saturandolo e andando a cercare altro spazio, fuori, altrove, perdendosi lontano.

EPILOGO:
Il dolore allo sterno è cessato, il suono terribile al centro del cervello è sfumato in un’eco fioca e lontana ed il suono emesso dallo strofinare delle corde vocali è stato seguito dal rigurgito nauseabondo del contenuto del suo stomaco. La gola bruciante, gli occhi arrossati, gonfi, la sensazione di liberazione e spossatezza.
Si dirige verso la porta ed entra nella stanza attigua. Nella penombra osserva la sagoma di lei distesa sul letto.

“Sei un porco!” La sente dire. ”Ti ho sentito ruttare fin qui! Lo sai che mi dà fastidio, che non lo sopporto!! La devi smettere di ingozzarti e di bere tanto a cena!! E poi ti ostini a metterti a scrivere in quelle condizioni! Puah!!”
“Scusami cara, non ho saputo trattenermi… anche tu però, sempre con queste ricette di cibi esotici! Lo sai che il curry ed i cibi troppo speziati non li digerisco!! E non te ne uscire con la scusa che devi provare a mettere in pratica quello che ti insegnano al corso di cucina! Non sono mica una cavia, io!”
“Humpf! Smettila! E’ l’alcool che tracanni che ti fa stare male! Non prendertela con la mia cucina! Spero almeno che tu non abbia di nuovo vomitato sulla scrivania! E vatti a fare una doccia prima di venire a letto!!”
Lui si gira, guarda la macchia verdastra sul tappeto sotto alla scrivania, si porta una mano allo stomaco e distoglie lo sguardo.
“No cara, non ti preoccupare; non ho vomitato sulla scrivania! Vado a farmi una doccia!”