89.I grumi di terra e le persiane chiuse

All’altezza dei grumi di terra, si sgelano i cristalli, si frantumano le antiche erbe e si smuovono gli occhi ciechi dei lombrichi e delle talpe. All’altezza dei grumi di terra c’è tutto il resto. All’altezza delle coscienze, le emozioni sovrastano micro pori di luce opaca, distante e coperta. All’altezza delle coscienze ci sono le persiane chiuse che proteggono occhi spenti, e dietro alle persiane chiuse, c’è tutto il resto.

88. Salmo pagano

A queste ali spente, concedo l’ombra del riposo.

Alle pupille vive di nerofumo apro le onde d’orizzonti.

A questo cuore gonfio, sollevo il canto delle nubi che diradano.

Alla gola bruciante, il battito d’ali delle falene, il canto delle civette, l’abbaiare dei cuccioli di volpe a primavera.

Alle mani, la pelle sottile dei petali ed il nocciolo levigato della ghianda.

Al sole, il mio grazie.

All’inverno che mi allunga le ombre ed i capelli, accarezzo il tempo ed i fiori di ghiaccio che deposita alle mie finestre.

Al tempo passato la mia presenza di adesso, la bellezza di sempre e che ancora deve venire.

85 . Il respiro

Sono sottili filamenti e sete distese a detergere le lacrime che lascia la luna al sole. Delle notti di settembre, quando la luce delle stelle si fa lontana ed il canto delle civette nelle vallecole chiama il fresco, il vento lieve e l’aria fredda, io ti ascolto. Sei lì, con il cuore pulsante di anni a salire e inerpicare e pensi ci voglia la perfezione dei canoni borghesi per godersi l’amore. E invece basta il cuore pulito, e anche un po’ di coraggio, forse. L’amore chiede la purezza dei bambini. Delle pratiche cortesi e della buona creanza, delle regole sul necessario pudore non sa che farsene, che vuole giocare, l’amore, e vivere, correre e sudare, e coperto di terre da fossa pesanti di paure, non lo può fare. È il respiro, che bisogna lasciargli salire.

83. All’unico canto che amo ascoltare

Se non sai come si aprono le foglie quando la luce le rende vive,  nuove, fresche, allegre di vita e compagne ridenti di folate di vento, allora chiedi alle mie mani, perché sono come l’epidermide sottile delle foglie a primavera che si sentono, adesso. E se dubiti della mia voce, dei miei occhi, del mio trovarmi qui a saperti vivo, reale e meravigliosamente presente anche quando sei distante, prova a credere alle nuvole, che si fanno spazio sconfinato e poi svaniscono; eppure delle nuvole nessuno può dire che nel loro mutare e muoversi ed evolvere in forma e pienezza e poi ancora farsi aria tersa e limpida, ecco, nessuno può dire che le nuvole si rendono invisibili davvero, o che davvero svaniscono. Così è per il vibrare del mio cercarti; non puoi vederlo, non puoi sentirlo e spesso si di dilegua nelle metamorfosi dei pensieri nuovi, e si nasconde, ma è vivo e mi lega e ti rende necessario al respiro, agli occhi, all’udito che ti cerca come si ascolta un solo canto all’alba fra il gorgogliare di mille canti. Non ho nulla più di questo e questo è il dono. Puoi lasciarlo dove l’ho deposto, oppure puoi cercare le forme nuove che le nuvole disegnano anche quando sono invisibili. Puoi berne o attendere e lasciare che il giorno si spenga e muoia. È il gioco della meraviglia, il più degno, il più terribile e allettante. Ma si può scegliere di non giocare e così si perde comunque, si torna nell’oblio, nella confortevole culla di spine.  Io, di mio, ho scelto. E fra mille, sei l’unico canto che amo ascoltare.